La stangata persiana
Teatro

In un anno imprecisato fra il IV e il III secolo a.C. un ignoto commediografo greco fece rappresentare ad Atene una commedia, la cui vicenda ruotava intorno alla vendita truffaldina di una ragazza travestita da schiava persiana (…). Vittima dell’imbroglio era un lenone, che alla fine si ritrovava tra le mani un donna libera, su cui non gli era lecito rivendicare alcun diritto (…). Ma a quest’opera sconosciuta era riservato un dstino piuttosto straordinario: una posterità tuttora vegeta dopo quasi due millenni e mezzo, una di quelle immortalità per interposta persona (…), grazie ad uno dei massimi geni della felicità teatrale che mai siano esistiti: Plauto. (…). Ed ora, è venuto il momento di misurare il Persa alla prova della scena, (…) e a ravvicinarlo alla nostra sensibilità teatrale, è un poeta, Antonio Porta: “poietés”, vale a dire creatore di parole e immagini, ossia del linguaggio, come erano i primi drammaturghi romani. (…). Porta s’è armato di coraggio e di immaginazione: ha ripetuto l’operazione medesima con cui il latino Plauto ridava le pulsuioni della vita ai suoi modelli greci (…). La riscrittura di Porta s’inserisce con autorità nelle strutture lasciate aperte da questa concezione del fare teatro, e ripete il paradosso di un’originalità costruita su un materiale preesistente, riversando in esso stimoli e suggestioni del presente.
(Dario Del Corno, La metamorfosi del finto Persiano. Dal programma di sala, Milano 1985)

Ogni poeta, o scrittore, o critico (…) è un “mangiatore di linguaggi”. Io sono onnivoro non solo per quel che riguarda i cibi ma anche per i linguaggi, da quello sportivo a quello dei comici, da quello della scienza a quello della poesia. Raramente, però, mi capita di poterli riutilizzare tutti, imponendomi il linguaggio della narrativa e quello della poesia e quello della critica, dei limiti abbastanza precisi, anche se non rigidissimi. A contatto con il linguaggio del Persa ho sentito la necessità di dar fondo a tutte, o quasi, le mie risorse (…). La perfetta macchina teatrale del Persa tanto perfetta da trasformarsi anche in “teatro dentro se stesso”, con stupendi giochi di “straniamento”, è base sicura alla liberazione dei linguaggi.
(Antonio Porta, Nota del traduttore. Dal programma di sala, Milano 1985)

Persa è il sogno di una rappresentazione. Nell’intervallo di tempo che trascorre tra la partenza e il ritorno dei padroni, Toxilo e i suoi compagni (attori) tessono la trama dell’inganno (la stangata) ai danni del ruffiano Dordalo: sospendono, come d’incanto, la realtà, la fissano per il tempo della rappresentazione in una dimensione di festa; sospendono tutti i rapporti di classe esistenti e ribaltano le funzioni sociali in un gioco di travestimenti (da servi ad attori, da attori a personaggi-attori, da attori nuovamente a servi), dando vita ad un gioco illusorio che solo il teatro può ricreare. (…) Ecco, forse le ragioni che ci hanno condotto a Plauto sono in questa dimensione sospesa: quasi a cercare a ritroso, così lontano, alle nostre radici, la nostra infanzia, in un gioco costante di riflessioni, di inganni e di illusioni (…), in una ambigua e deformata scena dove i servi di Plauto si confondono con gli attori di un teatro di varietà sognato…
(Gianni e Alberto Buscaglia, Note di regia. Dal programma di sala, Milano, 1985)

 

La stangata persiana
commedia di Tito Maccio Plauto

nella versione di Antonio Porta

regia di Gianni e Alberto Buscaglia

con Silvano Piccardi, Riccardo Pradella, Gianni Quillico,
Narcisa Bonati, Marco Balbi, Milvia Marigliano, 
Riccardo Mantani Renzi, Maria Cristina Bortolozzi

scena di Carlo Paganelli
costumi di Daniela Zerbinati
musiche di Giovanna Busatta
realizzazione luci Sandro Carminati

Compagnia Stabile del Teatro Filodrammatici di Milano, 1985/1986