Cinema che passione!

Il cinema, come i libri, la musica, l’arte, sono sempre stati presenti nella vita dei gemelli Gianni e Alberto grazie alle passioni culturali e artistiche del padre Italo, amante dei libri, dell’opera, della musica, del teatro, dell’arte e delle nuove muse, la fotografia e il cinema.  Italo, inoltre, scriveva poesie, sceneggiature per fumetti, dipingeva e amava la montagna e la bicicletta. I gemelli avevano così il privilegio di poter disporre di una notevole quantità di libri della biblioteca paterna: classici, libri di narrativa contemporanea, poesia, teatro, musica, arte, cinema, storia del cinema e del cinema western (un’altra grande passione di nostro padre), e libri sui nativi americani; e poi testi di storia, filosofia, scienze, e anche raccolte di riviste di cinema dell’immediato dopoguerra, Cinema, Schermi, Sequenze.
Ancora bambini la domenica mattina Italo spesso portava con sé i gemelli al cinema Aurora di via Paolo Sarpi (sei o stte fermate di tram dal numero 46 di via Mac Mahon, l’abitazione milanese della famiglia), dove la neonata Cineteca Italiana, fondata nell’immediato dopoguerra da Gianni Comencini e Walter Alberti, proponeva le classiche comiche di Chaplin, di Buster Keaton, Mack Sennett e di Stan Laurel e Oliver Hardy e Larry Semon, conosciuto in Italia come Ridolini.
Questa precoce educazione culturale e cinematografica porterà i gemelli durante l’adolescenza a frequentare assiduamente le sale cinematografiche, i teatri, le librerie e soprattutto la cineteca per studenti più organizzata di Milano, il Centro Cinematografico Studentesco (C.C.S.), dove, insieme ai grandi classici del cinema (Chaplin, Dreyer, Renoir, Clair, Von Stroheim, Hitchcok, Welles, Ford, Capra, Huston, Bunuel, Eizenstejn, ecc.) si potevano vedere anche i film dei giovani registi più importanti del secondo dopoguerra: Bresson, Bergman, Tati, Ichikawa, Mizoguchi, Kurosawa, Fellini, Antonioni, Visconti; e anche i film della “Nouvelle vague” e di giovani autori allora promettenti come Kubrick, Resnais, Satyajit Ray, Wajda, ecc.
Era così totale la passione per il cinema che i gemelli riuscirono ad organizzare anche nella propria scuola (aiutati dall’insegnante di religione, prezioso aiuto per il noleggio delle pellicole e del materiale tecnico per la proiezione) un ciclo di capolavori del Neorealismo italiano: Paisà e Roma città aperta di Rossellini, La terra trema di Visconti e i capolavori di De Sica e Zavattini Sciuscià e Ladri di biciclette.

A forza di coltivare tanto buon cinema, a Gianni e Alberto venne la voglia di provare a farselo da soli il cinema. Così cominciarono a scrivere soggetti e sceneggiature; coinvolgendo compagni di scuola e amici conosciuti al C.C.S. si diedero da fare per realizzare uno di questi progetti. Il primo tentativo lo fecero con una cinepresa a passo ridotto 8 mm. Titolo: Una domenica in città, cortometraggio con protagoniste alcune giovani coppie, di brevi epifanie milanesi in un qualunque giorno festivo, senza dialoghi (per ovvie difficoltà tecniche) ma con un previsto commento fuori campo. Il film, naturalmente, non fu mai completato. Delle cinque o sei situazioni narrative previste dalla sceneggiatura ne furono girate parzialmente solo tre. La prima in interno, in una popolare balera milanese di viale Bligny, famosa in città perché vi si svolgevano anche importanti incontri di box. Un’altra, in esterno, era ambientata su un terrapieno del Ponte della Ghisolfa, vicino ai luoghi dove pochi mesi prima Luchino Visconti aveva girato una delle scene più drammatiche di Rocco e i suoi fratelli. Della terza, che si doveva svolgere in un Luna Park, furono girate solo alcune inquadrature documentarie della grande fiera-Luna Park che ogni anno nei giorni del carnevale veniva allestito intorno all’Arena milanese.
Nonostante il fallimento del primo tentativo, il secondo esperimento di autoproduzione si presentava ancora più ambizioso: un film di medio metraggio in 16mm, bianco e nero, da una sceneggiatura scritta dai gemelli insieme ai soliti volonterosi amici. La giovane coppia di amanti protagonisti, attivi nella Resistenza, si sarebbero dovuti muovere nella Milano del 1944 occupata dai nazisti. Titolo del progetto: I gabbiani. Ma anche questa volta non si andò molto lontano. I mezzi economici e tecnici erano scarsi, ma soprattutto la mancanza di esperienza fece fallire anche questo progetto. Del progettato film i gemelli e i loro collaboratori

Rocco del Mac Mahon

(…) Il tram numero 12 proveniente dal piazzale del Cimitero Monumentale e dalla via Cenisio rallentava sferragliando sullo scambio di piazza Diocleziano dove le rotaie si dividevano in due linee distinte: una che proseguiva diritta per la tratta riservata al tram numero 14 (il “tramvai dei cimiteri”, lo chiamavano affettuosamente i milanesi, perché dopo quello Monumentale proseguendo verso piazza Firenze e poi lungo tutto il viale Certosa, andava diritto al capolinea del Cimitero di Musocco). Mentre l’altra, quella della linea numero 12, che, deviando sulla destra, imboccava la massicciata centrale del lungo rettilineo della via Mac Mahon che, dopo aver incrociato lo snodo viabilistico del viale Monte Ceneri a sinistra e il Ponte della Ghisolfa a destra, raggiungeva infine il capolinea di piazza Castelli.

(…)

Ancora due soste e i gemelli sarebbero giunti alla loro fermata, all’incrocio tra la via Mac Mahon con via Caracciolo. Ma appena superata piazza Diocleziano, immancabilmente, all’ingresso di via Mac Mahon, l’asta mobile del trolley si sganciava dal cavo elettrico aereo, spargendo nell’aria sonore scintille azzurrine, ondeggiando sinistramente da una parte all’altra sul tetto della carrozza, tra le esclamazioni rassegnate e divertite dei viaggiatori. Il tram si fermò con leggeri sussulti, tra le timide proteste degli utenti più frettolosi. Dal suo scranno in fondo alla vettura il bigliettaio manovrò la leva che apriva la porta a libro posteriore e imprecando scese dalla vettura per riposizionare l’asta del trolley sui cavi della linea elettrica sovrastante. Fu in questo preciso momento che uno dei gemelli si precipitò verso la portiera spalancata, richiamando l’attenzione del fratello gemello sul passaggio di un convoglio di camion che andavano proprio in direzione della via Mac Mahon. Sui fianchi degli autocarri, a caratteri cubitali, troneggiava la scritta TITANUS FILM ROMA.

(…)

I gemelli sapevano che proprio in quelle settimane una troupe cinematografica guidata da Luchino Visconti, uno dei loro registi più amati, stava “girando” a Milano il suo nuovo film, una sorta di seguito, scrivevano i giornali, di La terra trema, film che i gemelli amavano particolarmente e che avevano proiettato pochi mesi prima nella loro scuola nel corso di una rassegna cinematografica da loro curata dal titolo roboante “Capolavori del neorealismo”.

Quando all’incrocio tra via Mac Mahon e via Caracciolo il tram si fermò e le porte vennero aperte, i ragazzi scesero di corsa dalla vettura e videro, allineato lungo il marciapiedi della Mac Mahon il convoglio di camion della Titanus Film: sembrava stesse aspettando i due gemelli. Numerosi operai dall’accento romano scaricavano casse con attrezzature, mentre altri disponevano cavi e grandi proiettori per esterni. Seguendo la linea dei cavi, tra il vociare degli operai e dei tecnici, i gemelli raggiunsero la loro casa al civico 42, e, con grande sorpresa, come un segno del destino, videro, sistemata su un grande cavalletto, nell’atrio spazioso della loro casa, tra le scale e l’ascensore, una sontuosa Mitchell 35mm, la signora delle macchine da presa del tempo, quella utilizzata dai grandi registi e dai grandi direttori della fotografia. Tutto intorno c’era grande fermento: in attesa del regista e degli attori si stavano sistemando i proiettori per le luci mentre un attrezzista sistemava sulla grande porta a vetri che conduceva nel cortile della casa un cartello con la scritta PALESTRA e una freccia che indicava l’uscita in cortile.

Quando i gemelli si ripresero dallo stupore…

 

Documentari

Del lavoro cinematografico con la RAI (documentari e servizi per rubriche culturali televisive) mi piace ricordare soprattutto la realizzazione di due documentari, De là del mur. La poesia di Delio Tessa (1981), e Alla ricerca di Guido Morselli, (1982). Due film su due autori che, in vita, non ebbero la dovuta attenzione di critici e letterati. DelioTessa (1886-1939) perché oppositore fermo del regime fascista e perché scriveva in un idioma (il dialetto milanese) che non era in sintonia con il dettato culturale allora in voga. Una disattenzione che il grande poeta milanese sconterà per lungo tempo anche dopo la sua morte. Attenzione e successo che anche a Guido Morselli (1912-1973) arrivarono soltanto dopo la sua tragica fine, mentre in vita, forse anche per il suo carattere schivo e appartato, conobbe soltanto incomprensione e isolamento da parte del mondo letterario ed editoriale, non riuscendo a pubblicare da vivo neppure un libro.

Guido Morselli
Delio Tessa

DE LA’ DEL MUR. LA POESIA DI DELIO TESSA

Il documentario su Delio Tessa è stato probabilmente il primo contributo cinematografico sul grande poeta, conosciuto e apprezzato da una ristretta cerchia di estimatori e di addetti ai lavori (Carlo Linati, Franco Antonicelli, Benedetto Croce e, nel dopoguerra, Pier Paolo Pasolini, Francesco Mengaldo, Giovanni Raboni). Il grande filologo Dante Isella (che aveva collaborato con noi scrivendo e leggendo l’introduzione al nostro originale radiofonico su Carlo Porta, Carlo Porta, milanese, 1975), e che proprio in quel periodo stava lavorando all’edizione critica dell’opera poetica di Delio Tessa (Einaudi, 1985), ci sollecitò ad occuparci del poeta milanese (che noi conoscevamo grazie alla biblioteca paterna, nella quale esisteva una preziosa edizione di L’è el dì di mort, alegher! ). Da questa spinta determinante nacquero una serie di trasmissioni per la radio e il documentario per la televisione, prodotto da Franco Iseppi per i programmi culturali della Rai di Milano.

Sceneggiatura e regia di Gianni e Alberto Buscaglia

Con Tino Carraro nella parte del Dicitore

Voci narranti: Maria Brivio. Laura Rizzoli, Gianni Quillico

Intervengono: Dante Isella e Luigi Rusca

Ambientazioni e costumi: Daniela Zerbinati

Montaggio: Antonio Utzeri

Fotografia: Rodolfo Schianni

Produzione : RAI 3 – Programmi Regionali

Negativo colore 16mm

Durata: 59’

(1982)



Il documentario, dedicato al maggior poeta in lingua milanese del novecento, Delio Tessa (1886-1939), ripercorre la vita e l’opera del poeta attraverso documenti, immagini della Milano del tempo, ricostruzioni degli ambienti dell’epoca e testimonianze. La lettura di alcune tra le più significative poesie di Tessa è affidata a Tino Carraro, mentre il profilo critico del poeta è svolto dall’intervento del maggiore studioso dell’opera del poeta milanese, il critico e filologo Dante Isella.

Aldo Carpi

Una serata a casa di Delio Tessa

ALLA RICERCA DI GUIDO MORSELLI

Il film, attraverso documenti e ricostruzioni ambientali, ripercorre i luoghi della vita e della narrativa di Guido Morselli (1912-1973), romanziere e saggista la cui fortuna editoriale si manifestò solo dopo la sua tragica morte. Il commento del documentario è affidato al poeta Luciano Erba. Sul significato dell’opera di Morselli intervengono il critico Dante Isella e gli scrittori Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia.

Guido Morselli
Guido Morselli

Un amore di donna
Sceneggiatura

Per il cinema collaboriamo alla sceneggiatura del film Un amore di donna, per la regia di Nelo Risi. Mi piace ricordare il lavoro svolto insieme al coautore della sceneggiatura, Antonio Porta, grande poeta e amico prematuramente scomparso, al quale mi legava una consuetudine di lavoro alla radio e in teatro.

L’esito di quel film, co-prodotto dalla RAI e da una emittente tedesca e interpretato da Bruno Ganz e Laura Morante, fu purtroppo piuttosto deludente.

Di quel lavoro rimane vivo il ricordo della collaborazione con Antonio Porta e con mio fratello Alberto; e quello di una proiezione privata in anteprima per i collaboratori, dalla quale, insieme a Porta, ci allontanammo rapidamente a film non ancora terminato, protetti dal buio della saletta.

Sconfortati da quanto avevamo visto, ci ritrovammo a passeggiare lungo il Corso Sempione, a Milano, battuto da un vento gelido, a lamentarci per le incoerenti manomissioni e i grotteschi interventi sulla sceneggiatura che il produttore, autore anche del debolissimo soggetto, aveva operato sul film durante le riprese e il montaggio, impoverendo ulteriormente il racconto e privando i personaggi di spessore e problematicità; e, in più, aggiungendo una colonna musicale insopportabile e onnipresente.

Due corti per l'opera Hyperion di Bruno Maderna e Virginio Puecher

Nell’autunno del 1977 il regista Virginio Puecher, nostro Maestro e caro amico quando eravamo fotografi al Piccolo Teatro di Milano, dopo alcuni anni che non ci sentivamo, ci contattò per un lavoro che doveva realizzare al Teatro La Fenice di Venezia. Ci vedemmo nella sua casa di campagna, dove ci parlò del lavoro e ci mostrò il modellino della scena dell’opera che doveva mettere in scena, Hyperion di Bruno Maderna. Aveva bisogno di noi per affidarci la realizzazione delle parti filmate dell’opera, che doveva debuttare nel Teatro veneziano il 14 dicembre di quello stesso anno. Ritornare a lavorare con il Maestro che avevamo frequentato negli anni della nostra formazione al Piccolo Teatro era per noi un grande onore oltre che un grande piacere. Accettammo subito, naturalmente, nonostante il poco tempo a disposizione e il problema non secondario che in quel periodo sia io che mio fratello fossimo entrambi impegnati con la Rai; ma lavorare in quel momento con l’Ente di Stato ci agevolò non poco per poter accedere con facilità agli archivi Rai di Roma per la ricerca di materiale cinematografico di repertorio; e, successivamente, al suo Presidente, che in quel momento era proprio l’ex direttore del Piccolo Teatro, Paolo Grassi, che ci fu di grande aiuto nel momento in cui divenne necessario sollecitare il lavoro di stampa e la consegna del materiale cinematografico che avevo selezionato, indispensabile per il montaggio dei due brevi filmati. Lavorammo con il tempo contato: mentre Puecher provava l’opera in teatro a Venezia, noi a Milano montavamo il materiale cinematografico dei nostri due corti e di quello che lo stesso Puecher aveva girato a Venezia con Severino Gazzelloni (flauto solista e attore nell’opera), lavorando scrupolosamente sulla banda magnetica musicale che Bruno Maderna aveva realizzato nello studio di fonologia della Rai. Arrivammo, come succede quasi sempre in teatro, sul filo di lana, dopo aver percorso la penisola tra Roma, Milano e infine Venezia, al Teatro La Fenice, dove l’opera di Maderna e Puecher andò in scena con successo, e dove noi incontrammo, grazie al nostro Maestro, lo scenografo e la costumista di alcune nostre regie teatrali, suoi allievi all’accademia di Brera e suoi collaboratori in teatro.

Chi siamo